Basta il talento per avere successo nella scrittura?
Perché il talento è solo il biglietto d’ingresso.
C’è una frase che sento ripetere, con variazioni minime, da quasi chiunque si avvicini alla scrittura creativa per la prima volta.
«Ho sempre avuto il talento per scrivere.»
Oppure, nella versione più autodistruttiva:
«Non ho abbastanza talento per farlo davvero.»
Entrambe le frasi partono dallo stesso presupposto: che il talento sia una quantità fissa, misurabile, determinante; la sua assenza o presenza e in che misura.
Entrambe le frasi sono sbagliate. Credere a una delle due è uno dei modi più efficaci per non scrivere mai niente che valga davvero la pena leggere.
Scrivere bene richiede tre elementi distinti: una predisposizione da riconoscere, una tecnica da costruire, e – se vuoi pubblicare – una lucidità editoriale da sviluppare. Questo articolo parla di tutti e tre.
Il mito del talento innato
Il talento esiste.
Sarebbe disonesto negarlo. C’è chi ha un orecchio naturale per il ritmo della frase, chi costruisce immagini visive con una facilità che ad altri costa fatica, chi percepisce istintivamente quando una scena funziona o quando qualcosa stride.
Quella percezione è reale. È una predisposizione. Ed è una base di partenza.
C'è un paradosso che chi si occupa di scrittura conosce bene, e che ricorda l'effetto Dunning-Kruger: chi ha talento tende a dubitarne; chi non ce l'ha è spesso il primo a esserne convinto.
Il problema è confonderlo con un’abilità già formata.
È come confondere avere un buon orecchio musicale con saper suonare il pianoforte. L’orecchio ti aiuterà enormemente, ma se non ti siedi a esercitarti, ore di scale musicali in avanti e a ritroso, le dita incespicheranno sulla tastiera per sempre.
Da solo, il talento non scrive alcun romanzo.
Non costruisce una struttura narrativa coerente. Non sa gestire la focalizzazione. Non risolve il problema del personaggio piatto che non riesci a far vivere sulla pagina. Non ti dice perché la scena del secondo atto non funziona, anche se senti benissimo che c’è qualcosa che non va.
Quelle sono competenze. E le competenze si acquisiscono.
Stephen King e la palestra della scrittura
Nel 2000, Stephen King pubblica On Writing: Autobiografia di un mestiere – in Italia edito da Frassinelli – che è, tra le altre cose, il libro più onesto che sia mai stato scritto sul rapporto fra talento e lavoro nella scrittura creativa.
Stephen King non nega il talento.
Anzi, lo classifica con precisione quasi chirurgica, distinguendo quattro livelli di scrittori:
il cattivo scrittore,
lo scrittore competente,
il bravo scrittore
il grande scrittore.
La sua tesi, però, è netta: con molto duro lavoro, dedizione e aiuti tempestivi, è possibile trasformare uno scrittore competente in un bravo scrittore.
“Scrivo tutti i giorni. Compresi Natale, il 4 luglio e il mio compleanno”.
— Stephen King
Mentre, non è possibile fare altrettanto partendo dal nulla – il cattivo scrittore non diventerà competente – ma il punto è un altro.
Il salto da competente a bravo non avviene per grazia ricevuta. Avviene con lavoro e costanza.
E il lavoro, per Stephen King, ha una forma precisa: leggere molto e scrivere molto, come pratica quotidiana e costante.
“Non ho tempo per leggere, devo scrivere i miei romanzi”.
— Un cattivo scrittore
King stesso – uno degli autori più prolifici della letteratura contemporanea, con oltre sessanta romanzi pubblicati – ha sempre descritto la sua scrittura come un mestiere che si esercita ogni giorno, non come un’ispirazione che si aspetta.
“Il talento è meno costoso del sale da tavola. Ciò che separa l’individuo di talento da quello di successo è un sacco di duro lavoro”.
— Stephen King
È la sua frase più citata, e probabilmente quella che più disturba chi preferisce pensare al talento come a qualcosa di speciale e raro. King dice il contrario: il talento è comune. Il lavoro è raro.
C’è un altro passaggio di On Writing che vale la pena tenere a mente, perché chiarisce dove si colloca la tecnica rispetto alla predisposizione:
“Io credo che siano in molti ad avere, se pur in forma germinale, il talento di scrittore e narratore, e che questo talento possa essere rafforzato e affinato”.
— Stephen King
La parola chiave è germinale. Il talento è un seme. Non una pianta già cresciuta.
E come ogni pianta, se non la annaffi, muore.
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Il talento senza allenamento: cosa succede davvero
Immagina un muscolo che non viene mai usato.
Non scompare, almeno non subito. Ma si atrofizza. Perde tonicità, forza, capacità di risposta. E quando lo usi di nuovo – dopo mesi, dopo anni – fa male. Non funziona come pensavi.
Il talento narrativo funziona allo stesso modo.
Chi scrive raramente, chi non legge con attenzione analitica, chi non studia la tecnica, non perde la predisposizione di base: rimane grezza, non sviluppata, incapace di tradursi in un testo che funzioni davvero.
Ho sempre avuto il talento per il disegno, disegnare un viso con pochi tratti. Quando ero adolescente disegnavo tutti i giorni. Ho diminuito per dedicare tempo allo studio, prima, e al lavoro, poi.
Se dovessi ricominciare a disegnare seriamente, oggi a 43 anni, non avrei perso la mano e la fluidità dei tratti – so ancora accennare uno sguardo, un sorriso –, ma di certo la mia tecnica lascerebbe a desiderare e dovrei (ri)cominciare a studiare seriamente.
Il risultato pratico è quello che vedo molto spesso nel lavoro di editing e writing coach: un testo che ha intuizioni interessanti che non riesce a sostenere. Personaggi che nella mente dell’autore sono vivi e stratificati, ma restano piatti sulla pagina. Scene costruite su un’emozione reale che però non arriva al lettore, perché mancano gli strumenti tecnici per veicolarla.
Il talento percepisce il problema. La tecnica lo risolve.
Gli autori italiani che hanno coltivato il talento
Gianrico Carofiglio ha scritto il suo primo romanzo, Testimone inconsapevole, nel 2000 – durante quello che ha definito il periodo più difficile della sua vita – con la ferma intenzione di smettere dopo poche settimane. Invece ha scritto per nove mesi consecutivi, senza saltare un giorno.
Carofiglio era già una persona con un rapporto profondo con il linguaggio: la sua carriera come pubblico ministero specializzato in criminalità organizzata lo aveva abituato alla precisione delle parole, al peso di ogni termine, alla struttura dell’argomentazione. Quella era la sua predisposizione. Il suo talento germinale, per usare le parole di Stephen King.
Ma il romanzo è arrivato dopo anni di lettura vorace, di esercizio del linguaggio, di un rapporto quotidiano con la parola scritta. E, come abbiamo visto nella newsletter n.002 di Underlined, anche dopo aver scritto, ha accettato un suggerimento editoriale scomodo – cambiare il titolo scelto con cura – riconoscendo che il testo aveva bisogno di un titolo che funzionasse per i lettori, non solo per lui.
Testimone inconsapevole, nella sola edizione Sellerio, ha superato le cento edizioni.
Carofiglio stesso ha detto del talento qualcosa che vale la pena leggere con attenzione:
“Il talento è una cosa che ti è stata data e di cui hai completa responsabilità. Se la lasci lì, se non la riconosci, la coltivi, la fai crescere, diventa materiale inerte. È come l’amore: hai la possibilità di averne cura. Ma puoi decidere di lasciarlo come è, senza moltiplicarlo, scegliendo la strada che ti porta dove capita”.
— Gianrico Carofiglio
Il talento come responsabilità, non come rendita. È una prospettiva che cambia tutto e mette nelle tue mani la capacità di migliorare nella scrittura.
Andrea Camilleri ha pubblicato il suo primo romanzo nel 1978, ma il grande successo è arrivato solo nel 1994, con La stagione della caccia. Tra i due eventi ci sono sedici anni di lavoro, di riscrittura, di costruzione di un linguaggio ibrido – il siciliano innestato sull’italiano – che non aveva precedenti e che richiedeva un’invenzione continua, non una formula replicabile.
“Sono un uomo molto disciplinato, un perfetto impiegato della scrittura. Forse con qualche vizio, perché mentre scrivo fumo, molto, e bevo birra. E scrivo, io scrivo sempre”.
— Andrea Camilleri
E Camilleri aveva una disciplina di scrittura che molti scrittori di mestiere troverebbero rigorosa: per i romanzi di Montalbano, diciotto capitoli di dieci pagine ciascuno, una struttura che si ripeteva con precisione geometrica, dentro la quale però la storia trovava ogni volta la sua forma.
Non era improvvisazione. Di sicuro, non aspettava l’ispirazione. La sua era struttura e pratica quotidiana.
L’ispirazione esiste, ma deve trovarti al lavoro.
— Pablo Picasso
La differenza tra predisposizione e competenza
C’è un errore di prospettiva molto frequente, ma viene affrontato raramente con la chiarezza che richiede.
Il talento ti fa sentire che qualcosa non funziona. La tecnica ti dice perché, e come risolvere quel qualcosa.
Chi ha una predisposizione narrativa percepisce il problema: sente che la scena è piatta, che il personaggio non convince, che il ritmo è sbagliato. È una percezione reale, preziosa, e non va sottovalutata.
Ma restare al livello della percezione senza sviluppare gli strumenti tecnici per intervenire è esattamente quello che succede quando il talento rimane allo stato germinale.
Molti scrittori e aspiranti autori arrivano al writing coach proprio con questa percezione. Hanno l’idea, sanno cosa vorrebbero scrivere, ma non possiedono gli strumenti per realizzarla.
Il punto di vista e la focalizzazione, di cui abbiamo parlato in dettaglio nella newsletter n.003 di Underlined, non sono concetti che si acquisiscono per intuizione. Sono strumenti tecnici che si studiano, si esercitano, si sbagliano e si correggono.
Ho sempre paragonato il punto di vista e la focalizzazione ai “ratei e risconti” della scrittura creativa. Chi ha studiato ragioneria sa di cosa parlo: sono gli strumenti che spostano costi e ricavi nell’esercizio di reale competenza, anche quando il denaro si muove in un altro momento. Nella scrittura succede qualcosa di simile: l’informazione emotiva e narrativa viene distribuita nel punto esatto in cui deve “pesare”.
Scegliere la focalizzazione sbagliata può distruggere un romanzo, anche se l’idea di base è ottima e anche se chi scrive ha molto talento.
Un esempio visivo lo abbiamo nel cinema e nel modo in cui i film vengono presentati.
The Rocky Horror Picture Show, all’inizio, non fu il successo che lo avrebbe trasformato nel film di culto che conosciamo oggi.
Dopo il fiasco del 1975, fu necessario ripensarne la presentazione: proiezioni di mezzanotte, coinvolgimento dello spettatore, esperienza collettiva. Da lì, è storia.
“L’opera non vive soltanto per la storia che racconta, ma nel modo in cui viene esposta e organizza l’esperienza di chi guarda”.
Nella narrativa scritta, la focalizzazione fa esattamente questo lavoro: non cambia la storia, ma determina il punto da cui il lettore la attraversa – e, quindi, cosa sente, quando, e con quale intensità. Sbagliare focalizzazione rende la storia distante.
Lo stesso vale per la costruzione del personaggio: avere in mente un personaggio stratificato e ricco non è sufficiente se non si sa come portarlo in scena. Galeb Bazory in Vampire: The Masquerade: Swansong – il caso di studio che abbiamo analizzato nella newsletter n.001 – è costruito benissimo sulla carta. Il problema non era il talento di chi ha scritto la scheda del personaggio, bensì la mancanza di strumenti tecnici per tradurre quel background in esperienza narrativa concreta.
Il talento vede il personaggio. La tecnica lo fa vivere sulla pagina.
Cosa si può allenare… e cosa no
Vale la pena essere precisi su questo punto, perché la distinzione è fondamentale.
Alcune predisposizioni sono difficili da acquisire se non ci sono. La sensibilità all’emozione, la capacità di osservare il mondo con attenzione genuina, l’empatia verso i personaggi – quella capacità di sentire davvero cosa prova qualcuno in una situazione difficile – sono caratteristiche che appartengono alla persona prima ancora che allo scrittore.
Non si inventano: si coltivano, si affinano, ma richiedono una base reale.
Tutto il resto si impara.
La struttura narrativa si studia. La gestione del punto di vista si esercita. La caratterizzazione dei personaggi ha regole precise che si possono apprendere e applicare. Il ritmo della frase si allena leggendo molto e scrivendo con attenzione. Il dialogo funziona secondo principi che si analizzano e si praticano.
Nessuno di questi elementi richiede un talento straordinario per essere compreso. Richiedono tempo, pratica, e spesso un confronto con qualcuno che conosce la tecnica e sa individuare dove si rompe il filo narrativo.
La scrittura creativa non è un dono che funziona da solo. È una disciplina che si costruisce, pezzo per pezzo, con la stessa logica con cui si impara qualsiasi altro mestiere complesso.
Se quella base c'è, anche in forma minima, il lavoro tecnico può amplificarla oltre ogni tua immaginazione.
L’errore più comune: aspettare di essere «pronti»
Nella newsletter n.004 di Underlined abbiamo parlato della vocina malefica – quella presenza silenziosa che ti blocca prima ancora di iniziare a scrivere.
Una delle sue forme più subdole è quella ragionevole, quasi convincente:
«Aspetta di avere più talento.» «Quando sarò abbastanza bravo, inizierò a scrivere sul serio.» «Devo ancora capire bene la tecnica prima di buttarmi.»
Il problema di questa logica è che inverte causa ed effetto.
Non si diventa bravi prima di scrivere. Si diventa bravi scrivendo. Anche male. Anche con strutture che non reggono, personaggi che non convincono, scene che vanno riscritte dieci volte.
“Mi chiedono perché disegno tanto, visto che sono già bravo. Sono bravo proprio perché disegno tanto”.
— Pablo Picasso
Stephen King scrive ogni giorno.
Gianrico Carofiglio ha scritto per nove mesi senza saltare un giorno.
Andrea Camilleri ha lavorato per sedici anni prima che arrivasse il grande successo.
Nessuno di loro ha aspettato di essere pronto. Hanno scritto, e si sono fatti trovare pronti dall’esperienza accumulata.
Il talento non cresce nell’attesa. Cresce sulla pagina.
Talento + tecnica + pubblicazione consapevole
C’è un terzo elemento che vale la pena nominare, specie se stai pensando non solo a scrivere, ma a pubblicare.
Il talento è la predisposizione. La tecnica è il lavoro. La pubblicazione consapevole è qualcosa di diverso da entrambi: è la capacità di capire quando il testo è pronto per un lettore, non solo per te.
Molti aspiranti scrittori pensano che scrivere bene sia sufficiente per pubblicare: non lo è.
Pubblicare in modo consapevole significa conoscere il mercato editoriale, capire a chi si rivolge la propria storia, sapere come presentare un manoscritto, riconoscere quando un suggerimento esterno – un editor, un writer coach – migliora il testo invece di snaturarlo.
Carofiglio lo ha fatto cambiando il titolo su suggerimento di Elvira Sellerio. Non ha difeso la sua scelta originale per principio. Ha valutato, ha riconosciuto che la proposta migliorava il testo, e ha lasciato andare quello originale.
Quella lucidità – che non ha niente a che fare con il talento grezzo – si costruisce con il tempo, con la lettura, con il confronto. E con la consapevolezza che il testo appartiene a chi lo leggerà.
Quando arriva uno scrittore in sessione di writing coach che mi dice «ho sempre avuto il talento per scrivere», la prima cosa che faccio è chiedergli di mostrarmi una pagina.
L’intento non è smontare l’entusiasmo.
La prima cosa che un bravo writer coach deve fare è verificare se la persona è consapevole della propria scrittura e dove si trova, davvero, sulla piramide di King.
Spesso il talento c’è, genuino, percepibile anche in una bozza grezza. Ma c’è anche il lavoro da fare – sulla struttura, sulla focalizzazione, sulla caratterizzazione, sul ritmo. E quel lavoro è possibile. Spesso è entusiasmante.
Anche quando mi dicono «non ho abbastanza talento», la risposta è sempre la stessa: mostrami quello che hai scritto.
Perché nella maggior parte dei casi, il problema non è l’assenza di predisposizione. È che quella predisposizione non è mai stata allenata davvero. È rimasta germinale, per usare ancora la parola di King. Non è troppo tardi. Non è mai troppo tardi, finché si è disposti a lavorarci.
Il talento apre la porta.
Il lavoro decide se la varchi.
Hai una bozza che senti potenzialmente valida, ma non riesci a capire dove non funziona? Nelle sessioni di writing coach lavoriamo esattamente su questo: individuare dove il talento c’è già e dove serve la tecnica per farlo emergere sulla pagina.
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